MARCO FARINA
  Calco (Lecco)
  Italy
  marcofarina2005@libero.it
Sono un musicoterapista.....ma chi è costui? Cosa fa e perché? La mia personale risposta è la seguente: il musicoterapista è un eterno ricercatore, una persona che si mette in gioco giorno dopo giorno, profondamente grato per l'opportunità che il proprio lavoro gli offre di creare relazioni basate sull'empatia, affinando costantemente le proprie abilità nel campo della comunicazione non verbale e della capacità di osservare, ascoltare e accogliere. Di fatto, il nucleo più profondo delle modalità operative del musicoterapista risiedono nella capacità di favorire una intensa e significativa comunicazione non verbale tra sé e la persona (o il gruppo) in trattamento. Comunicazione fatta di suoni, ritmi, ricerca timbrica, lallazioni, vocalizzi, canto, accompagnamento armonico ma anche di movimento ed espressione corporea: il tutto manifestazione creativa evocata dal contesto relazionale del “qui e ora” e improvvisata al momento, preferibilmente senza ricorrere a strutture e condotte musicali predefinite, utilizzando – tra gli altri - strumenti semplici e accessibili anche a chi non abbia alle spalle studi musicali. Tale improvvisazione è di fatto possibile nella misura in cui il/i soggetto/i in trattamento viva/vivano tale assenza di prevedibilità come opportunità di libera espressione; laddove invece la mancanza di una rassicurante struttura musicale riconoscibile sia in varia misura fonte di disorientamento o disagio, il musicoterapista può proporre che la comunicazione sonoro-musicale prenda le mosse dall'accoglimento e dalla valorizzazione della concezione (culturalmente connotata) che il soggetto in trattamento ha della musica. Le modalità (libere e spontanee o, all'estremo opposto, più o meno stereotipate e prevedibili) su cui si basa questa comunicazione fatta di suoni raccontano in varia misura la storia spesso inconscia di ciascuno di noi e permettono al musicoterapista di progettare percorsi di cambiamento e crescita che possano incidere favorevolmente sulla qualità di vita del soggetto in trattamento, in ambito preventivo (infanzia, scuola), riabilitativo (deficit mentale/sensoriale, plurihandicap), terapeutico (ansia, disturbi psicosomatici, nevrosi, psicosi, autismo, terapia della famiglia, ecc). Accanto alla proposta di “giocare insieme” improvvisando a due o nel gruppo (musicoterapia attiva), è possibile proporre l’ascolto di musica registrata di brani musicali di vario genere e di numero variabile (musicoterapia recettiva), scelti dal musicoterapista affinché l'esperienza d'ascolto possa fungere da stimolo per successive verbalizzazioni o rielaborazioni musicali di quanto vissuto, sempre nell'ottica di un percorso di cambiamento e crescita che prenda avvio da una miglior conoscenza di se stessi.
Perché giocare in musica? Perché tale esperienza dovrebbe facilitare un cambiamento interiore? Perché una delle esperienze più costanti e significative che ogni essere umano fa del mondo nel periodo della vita intrauterina è di natura sonora. Fin dal sesto mese dal concepimento, la formazione delle strutture dell'orecchio consentono al feto nel ventre materno di percepire il suono del battito del cuore, del respiro, dell'apparato digerente, della voce della madre (e del padre, sebbene in forma più attutita attraverso la barriera del corpo materno). Nasciamo quindi con una sorta di “imprinting” sonoro che ci rende – sebbene inconsciamente – sensibili a una serie di parametri (velocità/tempo, ritmo, timbro, altezza, prosodia/andamento melodico) che sono gli stessi che ritroviamo come elementi costitutivi della sintassi musicale. Per di più, i primi e fondamentali anni dell'infanzia sono caratterizzati da un dialogo sonoro e corporeo che si instaura tra madre e bambino, fatto di contatto epidermico, suoni vocalici, lallazioni, canzoncine, intonazione e ritmo del parlato materno ricchi di significati psichici, un dialogo che precede l'accesso alla parola da parte dell'infante e che presenta tante analogie con la comunicazione (non-verbale, bensì corporeo-sonoro-musicale) che si produce nella stanza di musicoterapia. Tale analogia – inconsciamente operante nella stanza di musicoterapia ad ogni età - consente normalmente una “regressione” e una riappropriazione simbolica del nostro passato, a partire dal fondamentale contesto relazionale genitore – neonato/bambino. E in tale dimensione “trans-temporale” - in cui il tempo cronologico cede il passo al più intimo tempo biologico, caratterizzato da un continuum tra passato e presente – è possibile fare esperienza di un più autentico contatto con le nostre emozioni, acquisire gradualmente maggior fiducia nelle nostre capacità espressive e – ciascuno con le proprie specificità – favorire quel processo di crescita interiore che Jung definiva “individuazione”. Vivere tale stato di coscienza trasformativo è possibile grazie alla specificità dell'esperienza musicoterapica, che è di natura relazionale: un relazionarsi significativo, in quanto l'atto di “co-creazione” in cui si sostanzia la dimensione del fare creativo e artistico di fatto chiama in causa potenti forze archetipiche e dell'Inconscio (individuale e collettivo) e ci aiuta a riconoscere le nostre istanze più intime attraverso lo specchio fornito dall'Altro, dandoci una formidabile chance di crescita.